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Archivio Gennaio 2008

fiori frutta città

30 Gennaio 2008 74 commenti

Fiori frutta città è uno di quei giochi da foglio e matita, da giornata di pioggia. Come battaglia navale o tris. Attrezzatura minima, durata a piacere, partecipanti da due in su. Lo conoscete tutti.
Si scelgono le materie, frutta, fiori, città, animali, nazioni, cantanti, strumenti musicali,film. Ognuno fa le colonne con le categorie su un foglio, su un altro si scrivono, sparse, le lettere dell’alfabeto (grandi discussioni per decidere se mettere o no anche WYKJ). Poi uno chiude gli occhi, pianta la matita sul foglio delle lettere per pescarne a sorte una, e si comincia. Bisogna scrivere una cosa di ogni categoria che inizi con la lettera estratta. Se due o più scrivono la stessa cosa fanno metà punteggio.
Ecco, la cosa più bella sono le discussioni che seguono. Ad esempio, per animali con la erre, si può scrivere "Roberto"? E per uccelli con la M si può scrivere una parolaccia? (da bambini ovviamente no, le parolacce non si dicono, né si scrivono). Quindi anche per "attrici con Q" non vale scrivere "Jennifer Lopez". Però ci sono grandi spazi di creatività da esplorare. Animali con la enne: Varenne. Oppure: renne. Animali con la esse: platesse, o leonesse. Animali con la effe: gireffe. Animali con la acca: vacca. Frutti con la acca: bacca. Con i Fiorentini quando esce "città che cominciano con l’H" scoppiano litigi furibondi. Andate a spiegare che non valgono Hagliari, Hatania e Hosenza. E infine, qualcosa su cui si può litigare a lungo, ma qualsiasi testo di alimentazione mi dà ragione: frutti con la C. Sono ovviamente arance, mandarini, limoni, kiwi…

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come è andata a finire (uno scherzo)

29 Gennaio 2008 29 commenti
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Poche parole (una storia per riga)

27 Gennaio 2008 51 commenti

Un locale un po’ lento. In quella città di pianura, di provincia e di università. Un posto per andare a leggere con la tazza in mano. O a scrivere. I tavolini servono a quello. Il libro sarebbe nato lì, aveva pensato lei, o in posti come quello. Un locale un po’ lento, solo con il proprietario dietro il banco, e tutti che si alzavano a ordinare e si portavano bicchieri e tazze al tavolino.
La prima volta quel tipo in piedi a fianco al tavolino con il taccuino e la matita lo aveva trovato un po’ un sollievo, un po’ una intromissione. Volevano metterle fretta? La conoscevano, sarebbe andata poi a ordinare. Magari fra un’ora, perché no. Ma anche un sollievo, si svegliavano finalmente e mettevano su un minimo di servizio. Il tipo prese nota e la servì, con un sorriso misurato. Se lo dimenticò quasi subito. Quando riemerse dal capitolo che non voleva sapere di farsi finire si sorprese di nuovo. Era lì. Lei chiese un altro caffé, pagò tutto e andò via appena lui tornò con la tazzina. Il giorno dopo lo aveva già incasellato come una buona idea. Il tipo si materializzava esattamente quando lei pensava che fosse il momento di un genere di conforto, e scompariva subito dopo averla servita. Il suo rendimento migliorò, la concentrazione anche. Il terzo giorno si concesse il lusso di studiarlo un po’. Bel tipo. Più giovane di lei probabilmente, ma non un ragazzino. Un po’ anziano per uno studente. Poteva essere qui per qualche specializzazione. L’accento era straniero. Praticamente la norma, fra chi lavora in quei locali. Parlava così poco che per quanto lo aveva sentito sarebbe potuto essere con la stessa probabilità sudamericano, o lituano o bulgaro.
Cominciò tutto il quarto giorno. Sovrappensiero invece di un semplice tè ordinò un Twinings Java Green. Il tipo non disse una parola, ma lo vide con la coda dell’occhio che usciva dalla porta laterale. Il suo Twinings arrivò dopo forse dieci minuti. Non era roba in bustina, notò dai minuscoli frammenti di foglie sfuggiti al colino. Il tipo aveva i pomelli rossi di chi ha corso in una giornata fredda. Da allora pensò che sarebbe potuto essere divertente mettere alla prova questa nuova possibilità. Chiese una fetta di sachertorte. Le arrivò in quindici minuti. Gli altri giorni tentò con una fetta di strudel di mele e pinoli, cassata siciliana, cannoli. Il tipo usciva, stava fuori un tempo ridicolmente breve e poi arrivava a servirla. Senza una parola. Alzò il tiro. Chiese crostini con lardo di Colonnata, una sebada al miele di corbezzolo, una caprese con burrata di Caserta, un Riesling del Rheingau che pensava di essere l’unica a conoscere nel raggio di chilometri. Sa il cielo dove andava il tipo a rifornirsi. Ormai era chiaro che si occupava solo di lei. Gli altri avventori continuavano ad alzarsi per andare al banco a ordinare cose senza fantasia. Lo avrebbero licenziato, di questo passo. Peggio per lui. Nessuno lo aveva obbligato a giocare a quel gioco. Non lo licenziarono. Non ancora.
Un giorno, con assoluta tranquillità, chiese un frappuccino in tazza di carta. Il tipo ebbe un piccolo spasmo ad una guancia. Andò al bancone e tornò poco dopo. Aveva un bicchiere alto da frappè da cui si spandeva un profumo paradisiaco di caffè e latte. Non avevano in lista quello che aveva chiesto la signora, disse. Esitò un poco. E non avevano intenzione di averlo in lista. Se fosse stata tanto gentile da accettare qualcosa di lievemente diverso, quella era una personale interpretazione del cappuccino chiaro, che sperava sarebbe stata di suo gusto. Visto che non avevano potuto soddisfare il suo desiderio, per motivi di principio, aggiunse, questo era ovviamente un omaggio. Prova superata, pensò lei, che non avrebbe toccato una tazza di carta di Starbuck’s neppure con i guanti antiradiazioni.
Alla fine di quel mese ebbe un’illuminazione. C’era un piccolo saggio di storia che non riusciva ad avere. Lo aveva cercato materialmente in ogni libreria e biblioteca della città e della provincia. Ne aveva braccato senza successo una copia in lingua originale in ogni piega e meandro di Internet. Perché no, si disse. Chiese un cappuccino semplice, e quando il tipo la guardò con lo sguardo deluso di un setter lasciato a casa nel giorno di apertura della caccia, gli porse un bigliettino. Titolo, editore, anno, prezzo indicativo. Mi serve questo. Nient’altro. Non bastarono dieci minuti. Praticamente all’ora di chiusura il suo magico Portamidamangiare non era ancora tornato. Lo aveva battezzato così, in onore di un personaggio delle Fiabe Sonore che aveva il suo stesso dono. Il personaggio della fiaba in realtà era un cane, ma contava solo il potere magico.
Arrivò alla sua maniera, materializzandosi, quando lei aveva già preso il cappotto. La aiutò ad indossarlo con un gesto d’altri tempi. Poi le porse il pacchetto con il libro introvabile. Non le lasciò allungare la mano verso la borsetta. Piacere mio, le disse.
Il giorno dopo non c’era. Il giorno dopo neppure. Il terzo giorno lei andò dal proprietario per sapere se davvero alla fine il tipo si era fatto cacciare pur di non dire che non era pagato per una sola cliente impossibile.
Quello? Si stupì il proprietario. Non lavorava lì. Lui credeva fosse un gioco fra loro, quello delle ordinazioni sempre più difficili.
Lei uscì, pescò il libro miracoloso. Lo sfogliò rapidamente. Cadde una foto. La facciata di grande palazzo ottocentesco, qualcosa da capitale mitteleuropea. Una sfilata di finestre, una cerchiata in rosso e indicata da una freccia. La figurina affacciata era lui. Non una parola. Non una scritta.
Bene, pensò, questo le piaceva.

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La Gemella buona (una storia per Villi&Minni)

26 Gennaio 2008 8 commenti

Oggi sono la gemella buona. Quindi ti puoi fidare.
Non devi temere che ti faccia strani scherzi cattivissimi. Se fossi la gemella cattiva lo sai che lo farei. Ti fotograferei quando fai facce strane subito prima di sbadigliare. Metterei on line le foto delle terribili foderine della tua macchina. Organizzerei una splendida festa in maschera e tu ti accorgeresti solo quando è troppo tardi che tutti gli altri sono vestiti eleganti ed è stato un grosso, grossissimo errore il tuo costume da coniglio gigante.
Ma non devi aver paura, te l’ho detto.
Oggi sono la gemella buona.
Puoi lasciare in giro le chiavi della macchina, non le lascerò cadere nella grata del tombino come avrebbe fatto lei.
Puoi uscire tranquillamente in terrazza.
Non ti chiuderò fuori proprio stanotte che piove, e il vento tira a cento all’ora.
Non ti scambierò il sale e lo zucchero nei barattoli e non chiamerò una hot line di Tokyo con il tuo cellulare aziendale. E di certo non metterò zucchero e formiche nel tuo cassetto della biancheria.
Lo so che lei una volta l’ha fatto, ma devi capirla, è più forte di lei. È la gemella cattiva.
Certo è buffo che tu non riesca davvero a distinguerci. Siamo così diverse.
È anche buffo che tutte e due ti diciamo sempre di essere la gemella buona.
Ma del resto è logico. Io non posso mentire, lei sarebbe sciocca se dicesse proprio tutta la verità. Dopotutto è la gemella cattiva.
Quindi oggi sei tranquillo. Domani, magari, verrà lei. La gemella buona.
Cioè no, volevo dire, la gemella cattiva.

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un filo (una storia per ila)

25 Gennaio 2008 23 commenti
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Il sogno di Manuela D. (una storia per Manu)

23 Gennaio 2008 23 commenti
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Il Sogno di Rita P. (una storia per rita)

22 Gennaio 2008 37 commenti
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dietro il bar

22 Gennaio 2008 61 commenti
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Questo è un bar

21 Gennaio 2008 50 commenti

Barlapis. Lo so che sembra un blog, ma in effetti è come un bar.
In un posto abbastanza di passaggio, ma non è un bar figo.
Niente arredamento di design, però tutto è abbastanza coerente.
Cioè tutto vergognosamente datato. Diciamo fermo a prima del sessantotto.
Questo è un posto dove entra chi vuole, si ferma quanto vuole. Qualcuno si ferma più spesso, e quindi l’ordinazione la fa in codice, perchè non c’è bisogno di parlare. Un sopracciglio alzato vuol dire “il solito”. Gli occhi al cielo vuol dire “mi serve una cosa forte” e via così. Come Joebar, quello dei motociclisti
Qui si chiacchiera abbastanza, ma anche chi sta seduto e ascolta è bene accetto.
Cerchiamo di far bene le cose ma senza fronzoli. Caffè buono, briosce di forno, birra chiara di una marca che comincia per “Ich”, bianco di proprietà. Niente pasticceria mignon, niente brunch. Se uno chiede un Mokaccino o un Frappuccino gli indichiamo lo starbucco più vicino e amici come prima.
Qui la saracinesca si alza abbastanza presto, e l’orario di chiusura è elastico.
Qualche volta troverete chiuso, e attaccato con lo scocc un foglio con scritto “sono al mare”.
Poi torno.

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facce da sfondo

18 Gennaio 2008 57 commenti
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