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Archivio Febbraio 2008

viiiiaaaaaaaagrrrrraaaaaaaa

29 Febbraio 2008 17 commenti
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Come scrivere una guida

27 Febbraio 2008 29 commenti
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Gli occhi del falco

25 Febbraio 2008 33 commenti
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Nero come la notte, caldo come l’inferno, dolce come l’amore.

23 Febbraio 2008 17 commenti

Il caffé deve essere così, pare. In un commento avevo scritto la citazione sbagliata, poi ne abbiamo un po’ parlato sul blog e sono pure andato a cercare la citazione su internet.
Ho trovato cose interessanti. Intanto che ci sarebbe un modo di dire turco. però un po’ diverso:
Nero come l’inferno, forte come la morte, dolce come l’amore.
Non posso minimamente garantire, ma mi piace l’idea che sia vero. Ci sono idee sorprendenti: che l’inferno sia nero, e che il caffè debba essere forte, ma non necessariamente caldo.
Poi c’era anche un’altra versione:
Caldo come l’inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l’amore.
E questa sarebbe di Charles Maurice de Talleyrand-Périgord. Cioè Tayllerand, l’emblema del cinismo di stato, l’uomo al cui confronto Machiavelli sembra un tipo ingenuo e sentimentale e Andreotti un chierichetto. Quello che diceva "Questo è peggio di un crimine, è un errore" e il resto ce lo risparmiamo. Che proprio lui abbia messo fra le condizioni la purezza ha del clamoroso. Si vede che proprio perché in tutto il resto la rifuggiva almeno nel caffé gli sembrava una buona idea
Poi c’è la versione che più o meno ho messo nel titolo:
Il caffè, per esser buono, deve essere nero come la notte, dolce come l’amore e caldo come l’inferno.
E questa, è di Michail Bakunin, l’anarchico. È fantastico che Bakunin e Talleyrand avessero almeno una cosa su cui avevano più o meno lo stesso parere. Per il resto ritengo che uno avrebbe volentieri messo una bomba sotto il letto dell’altro, e l’altro avrebbe mandato l’uno alla ghigliottina con assoluta noncuranza.

Cosa possiamo dire ancora? Che quindi il caffé sembra capace di metter d’accordo perfino turchi e europei, potenti ed anarchici. E questo a chi tiene un bar, anche se virtuale, non può che far piacere.

Poi, che tutti questi sembrano d’accordo sul fatto che il caffé e l’amore debbano essere dolci. Nessuna delle due cose è così ovvia. Lo sappiamo.

Infine, e questo me lo hanno ricordato, c’è una versione breve di questa massima, ed è quella che diceva sempre mio nonno, quando arrivava il caffè dopo pranzo.
Non parlava della notte.
diceva solo "Caldo come l’inferno, dolce come l’amore."
Lui aveva fatto la Grande Guerra. Subito dopo, ancora più morto che vivo, aveva sposato la donna della sua vita. Era lei che gli porgeva quella tazzina più di cinquanta anni dopo.
Quando lo diceva sapeva di cosa stava parlando.
L’inferno e l’amore, lui li conosceva bene.

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formaggio (una storia per lunz)

21 Febbraio 2008 21 commenti

Andava ogni giorno in quelle montagne. Oddio, montagne. Mille metri sul livello del mare. Ma ripide, cattive. Granito e macchia, e nelle gole dei torrenti in fondo un groviglio inestricabile di rovi e oleandri da cui veniva il rombo dell’acqua.

La accompagnava sempre qualcuno di famiglia per quel lavoro, perchè erano posti isolati e non si poteva mai sapere. Con l’auto e le sterrate tenute bene era un attimo arrivare dalla città e tornare indietro già nel pomeriggio. Ma fino a poco tempo prima lì si arrivava con fatica, e i pochi chilometri veri sembravano moltissimi.
Lei doveva fare un censimento delle specie, chiedendo ai pastori. Loro sapevano tutto, e il questionario era preciso. Non “Ci sono ghiandaie” ma “Quante volte ha visto ghiandaie nell’ultimo mese”. E così avanti, specie per specie, mammiferi, uccelli, rettili, anfibi.

Si fermava agli stazzi, nascosti nella macchia, ma che avrebbe potuto trovare a fiuto. Le pecore le trovi, se sai sentire gli odori.

Una volta all’ultima domanda “Quando ha visto una tartaruga selvatica l’ultima volta” il pastore aveva fatto un gesto, e lei solo allora si era resa conto che quella pietra che aveva a fianco era un carapace e che la testuggine e i pastore la guardavano con gli stessi occhi, e avevano le stesse rughe del collo, e forse ad abitare quei monti da sempre si finiva per assomigliarsi.

Lei aveva riso delle preoccupazioni in casa per quel lavoro. Credevano che a una ventina di chilometri da loro ci fosse il west.

Un giorno li aveva ricevuti, lei e il fidanzato, un pastore di età indefinibile. Si era scusato, avrebbe risposto da dentro lo stazzo perché stava facendo il formaggio e non si poteva interrompere. Dalla soglia uscivano sbuffi di vapore caldo ed odoroso. Il latte che cambiava, un profumo di pietanza. I figli grandi dell’uomo erano intorno, a ciondolare silenziosi. Annoiati forse, o attenti ad altro. Avevano jeans e anfibi da militare, con le stellette dei congedati applicate al bordo. Capelli sporchi da soldato, mani screpolate di freddo. Le mani del pastore invece erano rosse, mentre mescolava la massa bianca nell’acqua calda del mastello di alluminio tutto bozzi.
Aveva staccato un pizzico di quel formaggio nascente e lo aveva porto a lei, per prima. Senza dire nulla, senza chiedere se poteva offrire. Lo stesso sapore che avrebbero potuto gustare mille anni prima. Un gesto regale, talmente potente ed arcaico da lasciarla senza fiato.

Aveva risposto a tutto. Preciso. Chiedendo ogni tanto la traduzione dei nomi delle specie nella lingua antica, scusandosi per il fatto di non conoscere quelli italiani e quelli scientifici.

Pian piano, abituando gli occhi al buio illuminato dal fuoco all’interno lei aveva cominciato a vedere quello che c’era dentro. Attrezzi, qualche bidone, una rete di letto.

Appeso ad un chiodo qualcosa di strano. Il fucile, certo. Ma diverso. Un automatico corto, cortissimo. Il calcio segato all’impugnatura. La canna mozza. Un arnese cattivo, da portare nascosto. Da tenere dentro la giacca.
Una cosa illegale, da galera solo per averla, fatta per una cosa sola.
Il pastore aveva visto il suo sguardo, senza spostare il suo.
Aveva continuato a lavorare l’impasto con gesti ritmici e precisi.
Aveva detto solo una frase, piano, che il suo fidanzato non la sentisse.

La vita è cattiva, dottoressa.

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Come diventare uno scienziato pazzo

19 Febbraio 2008 49 commenti

Da piccolo volevo diventare uno scienziato pazzo.

È stato subito dopo il periodo di Zorro del caubboi e poco prima del periodo dell’astronauta.
Lo scienziato pazzo è uno dei mestieri più belli che si possano immaginare. Non parlo del momento in cui ci si scontra con l’eroe e prevedibilmente si perde.

È il periodo precedente che mi affascina. Tutti quei lunghi anni a diventare ricchissimo, a costruire una toghissima base segreta piena di porte d’acciaio a diaframma che si aprono alitando in un sensore che analizza i residui di saliva e solo dopo dice "Va bene, entra, ti ho riconosciuto, sei l’unico al mondo che inzuppa la pizza alle acciughe nel caffelatte".

Fare lo scienziato pazzo prevede una vita che mi piaceva moltissimo.
Intanto si sta nell’attico della base segreta, in un cratere di vulcano in un’isola della Polinesia, o nella giungla di una valle perduta in una zona tropicale dell’Antartide. Poi già negli anni sessanta si avevano degli schermi al plasma che neppure il signor Sony adesso.

E poi c’è il fatto di stare in quelle scicchissime poltrone bianche girevoli, quelle a uovo. Io mi sono impegnato ad imparare la classica entrata in scena, quella in cui si ruota la poltrona e si comincia a parlare tenendo la faccia nell’ombra della poltrona, e si dicono cose tremende all’eroe legato dagli scagnozzi. C’erano due versioni della scena, quella in cui lo scienziato pazzo accarezza un gatto persiano bianco tutto cotonato e quella in cui invece si fa fare mollemente la manicure da una bonazza cattivona vestita di cose metallizzate.

Io preferivo la seconda versione, per una antipatia verso i gatti persiani, che mi hanno sempre dato l’idea di uno che ha tamponato un tir con la faccia.
Il problema di fare lo scienziato pazzo è che bisogna prepararsi da un sacco di tempo prima, e che è difficile capire in cosa specializzarsi per conquistare il mondo.

È questo che mi ha frenato.
Una volta, al tempo di Jules Verne bisognava essere esperti di chimica e di elettricità.
Incredibili le cose che riuscivano a fare gli scienziati pazzi dell’epoca con l’elettricità e la chimica. Se lo sapessero alla Saras e all’Enel chissà cosa combinerebbero.

Dico al tempo di Jule Verne, ma potrei dire anche al tempo del Dottor Jeckill, che usava la chimica, o del dottor Frankenstein, che pasticciava con la chimica, i fulmini e la chirurgia.
L’uomo invisibile era un chimico anche lui, il dottor Moreau invece non mi ricordo bene in che facoltà si fosse specializzato nella sua isola felice per mischiare uomini e animali a dosi casuali.
Il capitano Nemo era un meccanico geniale, e un grande ingegnere navale, ma trafficava anche con l’elettricità, un vero figlio dei tempi.
C’era perfino uno degli ultimi romanzi di Sandokan, "Il re del mare" in cui la tigre della Malesia aveva una nave invincibile dotata di raggio della morte, qualcosa di elettrico di sicuro.

Poi i tempi sono cambiati, e sono spuntate altre specializzazioni per fare gli scienziati pazzi.
La radio sembrava in grado di fare chissà che cosa, e poi anche l’elettronica di base, magari con i valvoloni, ma i robot si facevano così.

L’astronautica andava molto. Le spiegazioni su come funzionassero le navi spaziali non erano molto chiare, si capiva che sarebbe stato un logico sviluppo dell’aviazione e in effetti il dottor Zarro di Flash Gordon non so se valga come scienziato pazzo, ma era più o meno una via di mezzo fra un fisico e un ingegnere aeronautico.

Poi per un bel po’ di tempo non c’è stata più gara: bisognava essere scienziati atomici.
Anche lì pareva che si potesse fare qualsiasi cosa maneggiando isotopi e neutroni.

Non so se vi ricordate il dottor Enigm, quello di Topolino, che già negli anni trenta aveva un’isola sgravitazionata, architettonicamente molto futurista, e un’auto cabriolet che volava e si fermava anche in aria e faceva tutto con gli atomi, lo diceva lui.
Non che spiegasse niente di come faceva, usava gli atomi e basta.

Ecco, quando ero piccolo io sembrava che a studiare fisica atomica si potesse andare sul sicuro.
Io non lo sapevo che Philip Dick stava già esplorando ben altri futuri.
Mi ero quasi rassegnato a studiare un sacco di matematica e di particelle, poi è cambiato tutto di nuovo.

Per un po’ se la sono tirata con i computer, ma è durato poco. Mi ricordo solo due film in cui i calcolatori hanno la giusta dose di onnipotenza inspiegabile: uno era Tron, in cui un appassionato di videogiochi veniva risucchiato nella consolle.

E l’altro "La donna Esplosiva", in cui Kelly LeBrock viene evocata da due adolescenti ormonati con un rito che prevedeva reggiseno in testa e un PC. La spiegazione era semplicissima: "Oggi con il computer si fa tutto". E pazienza se avevano praticamente un Commodore a vapore, la mandrakkata gli riusciva lo stesso e la bonazza in rosso appariva con il rituale lampo e sbuffo di fumo.

Adesso il corrispettivo dello scienziato pazzo è il cervellone di Matrix, che fa tutto un mondo però è finto. E secondo me non vale. La rete, e le elaborazioni similari non prevedono veri scienziati pazzi.

Sembra che la scienza magica di adesso invece sia la manipolazione genetica, da "la mosca" in poi.
Anzi stanno anche correggendo delle cose che ormai dovrebbero essere assodate. Nel film "Spiderman" Peter Parker non diventa l’uomo ragno perché lo morde un ragno radioattivo, come era giusto e logico nel 1962, ma un ragno geneticamente modificato. Questo non mi va mica bene, è un evidente falso storico.

Adesso potrei provare a mettermi a studiare genetica, ma so già che non arrivo neanche a imparare a pronunciare desossiribonucleico senza impappinarmi che già è cambiato tutto di nuovo.
Magari la prossima scienza magica sono le nanotecnologie, oppure la cybergenetica, ma non si sa.
Come si fa a diventare uno scienziato pazzo come si deve, se la scienza magica e onnipotente che tutto giustifica e che fa sognare come si conviene cambia così rapidamente?

In uno degli ultimi 007 addirittura il tipo che vuole conquistare il mondo è un magnate della tv satellitare.
Ora io posso dare credito a uno che vuole conquistare il mondo con la chimica, con l’astronautica, con il raggio della morte, con i raggi atomici, con l’informatica, con la manipolazione genetica.
Ma uno che vuole conquistare il mondo con la TV e con il marketing non lo sopporto proprio, non c’è davvero gusto.
Oltretutto, diciamocelo, c’è pure il caso che gli riesca.

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Il fenicottero (una storia di rugby)

18 Febbraio 2008 31 commenti

Il fenicottero era un giocatore della squadra inglese della Royal Air Force di Decimomannu. Lo chiamavamo così perché era alto due metri buoni con gambe e braccia di una lunghezza impressionante, un grande naso curvo ed un’aria generale da trampoliere che non ci si immaginerebbe a rincorrere la palla ovale. I militari della RAF erano tutti più anziani di noi, ma avevano giocato da sempre, e ogni tanto si ritrovavano in squadra qualcuno davvero bravo. E quando dico davvero bravo intendo gente che aveva giocato, o giocava nella nazionale militare. Un solo tipo così poteva essere perfettamente in grado di prendere il pallone e andare a piantarlo nella nostra area di meta portandosi dietro cinque di noi appesi tipo decorazioni di albero di Natale. Decorativi, ma senza nessun risultato pratico. Per fortuna questi mostri capitavano di rado, e di solito erano troppo gentiluomini per farci di questi scherzi troppo spesso. Si limitavano a organizzare alla perfezione la loro squadra, e a passare il pallone a qualche compagno dopo averci bucato irreparabilmente la difesa.
Ma potevano passare mesi senza che la squadra della RAF avesse campioni da mettere in campo. In quel caso noi avevamo solo due problemi veri. Il primo è che con sopraffina astuzia si erano costruiti un campo piccolo piccolo, dove il vantaggio di età e fiato di tutte le squadre della nostra zona era totalmente annullato. In un campo così piccolo contavano solo due cose: essere grossi ed esperti. Loro erano esperti, appunto. Ma soprattutto e questo era il secondo problema, erano grossi. Cavolo quanto erano grossi. Avevamo un unico spogliatoio per tutte e due le squadre. Così, già mentre ci cambiavamo, noi cominciavamo ad intimidirci. Possibile che esistesse gente che portava scarpe di quella misura? Possibile che in una panca uguale a quella in cui noi eravamo seduti in cinque ce ne stessero solo due di loro? E soprattutto, come era possibile che una loro Seconda Linea avesse tatuato sul bicipite lo stemma della RAF e sotto, per esteso e in orizzontale “I WORK IN DECIMOMANNU”? Scritto bene in grande, aggiungo, che lo spazio non mancava.
Si vede che a loro piaceva il toponimo. Avevano anche delle simpatiche magliette che davanti aveva stampato “Where the hell is Decimomannu?” e dietro l’ovvia risposta: “Near Decimoputzu!”. Ci si sbellicavano.
Il fenicottero era il mio avversario nelle touche, le rimesse laterali in cui si lancia la palla fra due file di giocatori, e si salta per acchiapparla prima di quello a fianco. Io per arrivare a dove aveva le le mani lui avrei avuto bisogno di una scaletta. Alta. Per questo ogni volta invece mi lanciavo con tutte le mie forze per piantagli una spalla nelle costole. Così, pensavo, il pallone non lo prendeva neppure lui. Il mio ragionamento era che lungo e sottile come era non avrebbe resistito a lungo a questo trattamento. Per l’arbitro andava bene: lui dopotutto aveva la palla.
A lui invece non andava per niente bene. Dopo la prima spallata aveva cominciato a spiegarmi un sacco di cose in un inglese, credo, poco regale, ma tanto io non capivo nulla e quindi ero perfettamente sereno. Lo guardavo, da trenta centimetri più in basso con la mia migliore faccia da scemo, allargavo le braccia, sorridevo a tutto paradenti e gli dicevo “Devo!”
Il fenicottero non era affatto fragile. Spallata dopo spallata, il pallone lo prendeva lo stesso e non lo spostavo neppure tanto. Anche se ripartiti su due metri doveva pesare cento chili buoni.
Alla centesima touche lui aveva saltato come sempre. Io mi ero lanciato come sempre. E mentre ero lì sotto, mi ero reso conto che qualcosa di enorme e pesantissimo precipitava proprio nel mio occhio destro. Un fenicotteresco gomito appuntito. Una botta mostruosa. Di quelle che ti spengono la luce e ti lasciano le gambe molli per il resto della partita. Mi aveva rialzato da terra il fenicottero, con una mano sola. Un gentleman. Mi aveva rimesso in piedi, mi aveva controllato premurosamente l’occhio nero che cominciava a spuntare. Poi aveva allargato le braccia, lunghissime, mi aveva fatto un sorrisone, da vera faccia di culo, e mi aveva detto solo una parola in italiano.
“Devo.”

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Sulla mira dell’Amore

14 Febbraio 2008 57 commenti
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AuguRiga!

13 Febbraio 2008 38 commenti

Perché il 13 di febbraio è un giorno speciale? Intanto perché febbraio è un mese speciale, l’unico che è stato capace di essere un po’ originale e di durare quanto vuole lui, e di cambiare anche ogni quattro anni. Poi perché il 13 è un numero speciale, tanto che ancora non si è capito se porti fortuna o porti sfortuna ma, nel frattempo che decidiamo, di sicuro gli portiamo rispetto. Paperino in una storia aveva paura del numero 13, cioè aveva la triscaidecafobia meno male che non aveva paura in particolare del venerdì 13 sennò avrebbe avuto la paraskavedekatriafobia o friggatriskaidekafobia.

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fratelli di taglia

12 Febbraio 2008 38 commenti
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