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Archivio Gennaio 2009

Eau de fromage

15 Gennaio 2009 46 commenti

Giuro che è vero. Ieri slacciando il guinzaglio alla mia cagnolina sono stato colpito dalla certezza che le fosse arrivata una otite fulminante. Chi ha avuto un cane predisposto a questa malattia (quelli con le orecchie basse e a pelo folto, di solito) sa di cosa parlo. Prima ancora che arrivino gli altri sintomi, dalle orecchie del malcapitato quattrozampe viene un odore fetente che annuncia a gran voce che bisogna correre dal veterinario prima che la situazione degeneri.
Però a un controllo più accurato non mi tornava.
L’odoraccio non veniva né dall’orecchia sinistra né da quella destra. Ma un poco più giù. E che poteva essere? Che le fosse venuta una infezione al collo? Rapido controllo senza collare. Macché, tutto a posto.
Come diceva Sherlock Holmes, scartate le cose impossibili quella che resta è quella giusta. Accurato controllo al collare allora. Bene, subito dietro la fibbia c’era un piccolissimo indescrivibile avanzo di formaggio molle, suppongo gorgonzola.
A questo punto ci sono diverse ipotesi.
La prima, logica, è che io o la consorte, facendo il classico giochino del lancio della ghiottoneria alla cagnetta, per far acchiappare il bocconcino al volo, abbiamo fortuitamente colpito il collare.
Ci vuole una cagnetta particolarmente goffa, che manchi clamorosamente la presa e faccia snap a vuoto, e la nostra è abbastanza così.
Ci vuole un lanciatore abbastanza impedito, e una buona dose di fatalità. Anche per questo a casa siamo ben messi.

Ma c’è un’altra ipotesi. E cioè che i concetti di profumo seducente, eau de cologne e deodorante per un cane medio siano molto diversi dai nostri. E quindi che la cagnetta abbia agito coscientemente, con la stessa determinazione che spinge una femmina della specie umana a usare Chanel N.5.

Sto pensando se la cosa possa avere uno sviluppo commerciale.
Potrei chiamarla eau de fromage.

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innovazione turistica

12 Gennaio 2009 20 commenti

voglio brevettare un tipo innovativo di struttura di ricezione turistica.

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Un dubbio

9 Gennaio 2009 19 commenti
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La vendetta del gamberone

5 Gennaio 2009 30 commenti

Le cose belle, ma veramente belle, e le cose buone, ma veramente buone, hanno una controindicazione fondamentale. Quando qualcosa non va bene, quando ci deludono lo fanno alla grande. In modo strepitoso, con grande dedizione. Vale per i luoghi, per le persone, e anche (lo avrete capito dal titolo) per le prelibatezze. Difficile che profiterol o caviale siano così così. O sono strepitosi, da orgasmo delle papille, o faranno onestamente senso.
Ma nulla, posso dirlo per sofferta esperienza capodannica, può stare alla pari con le vette e gli abissi del gusto che possono raggiungere i gamberoni freschi. Quelli che per comprarli ci vuole un mutuo, per mangiarli ci vuole un tovagliolo gigante, e per deodorare la casa dopo averli cotti ci vuole una settimana.

Quando son buoni, sono qualcosa di divino, da applauso, suscitano nel senso del gusto sensazioni da sindrome di Stendhal. Da chiedersi come possano essere possibili simili sinfonie di sapori.
Tanto che, è opinione comune, non ci sia nulla che possa accompagnarli.
Una volta avevo appunto suscitato un vespaio fra amici buongustai o semplicemente golosi, o mangioni, con questa semplice domanda: che contorno ci vuole con i gamberoni alla griglia?"
La risposta più diffusa è stata "Altri gamberoni" la seconda "Ma sei scemo? Che bisogno c’è di aggiungere qualcos’altro?"

Ma appunto, tutto questo vale solo se il gamberone è perfetto.
Se qualcosa va storto, se non è stra-iper-fanta-fresco, bellissimo, strepitoso, allora risce a raggiungere risultati incredibili nell’altro senso.
Fa schifo oltre ogni immaginazione. Magari non ha neppure cattivo odore, nessun segnale evidente. Ma come tocca la lingua vi lancia un segnale inequivocabile. Un sapore persistente, feroce, orribile, roba che non pensavate che potesse esistere in natura. Capace di raggiungere ogni singola papilla per disgustarla singolarmente e con grande attenzione. E quando pensate che non ci possa essere nulla di simile che non comporti dolore fisico, e sputate, viene il bello.
Perché il retrogusto è peggio, indicibilmente peggio. Sembra di aver masticato un pezzo di polistirolo di una cassetta da pesce dimenticata sugli scogli per quindici giorni, e lavata malamente.
Un gusto di mare guasto, di rete da pesca, di vim clorex blu in polvere, deposito carburanti per traghetto, alghe putrefatte e falciatura d’erba marcia. Tappa il naso e fa lacrimare gli occhi.

Acqua, pane, limone a morsi, dentifricio. Nulla riesce a domare un saporaccio così.
Comunque non facciamola troppo tragica: in venti minuti di abluzioni frenetiche il peggio passa, anche se il senso del gusto resta totalmente anestetizzato per le due, tre ore successive.
Insomma, una gran prova di personalità da parte dei gamberoni.

Questo sì che è un adattamento evolutivo che funziona. Capite, mica lè facile trovare di nuovo il coraggio di provare a riassaggiarli.

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