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Archivio per la categoria ‘Viaggi’

Finalmente posso partire per Paperopoli!

29 Novembre 2008 5 commenti

Due appassionati professionisti tedeschi hanno disegnato la mappa aggiornata della città dei paperi: Paperopoli, capitale del Calisota.

Hanno ricavato ogni possibile informazione da migliaia di storie a fumetti a partire da qualle del grande Carl Barks, l’uomo che ha scoperto l’esistenza di Paperon de Paperoni (certe cose non si inventano, si scoprono) e che ha passo passo costruito il mondo parallelo in cui si svolgono le loro storie.
Certo ci saranno state informazioni contraddittorie, cambiamenti da un decennio all’altro, ma ci sono pur sempre punti fissi. Il deposito del papero più ricco del mondo sarà pur sempre in cima alla Collina ammazzamotori (prima si chiamava ammazzamuli) e la casa di Paperino sarà pur sempre in qualche posto da cui si vede il deposito (ma c’è qualche posto della città da cui non si veda il deposito?).

La mappa è in tedesco, mannaggia.
si trova qui:
http://www.donald.org

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Di nuovo il castello

11 Settembre 2008 22 commenti

Mi avevate chiesto qualche informazione in più, sul castello di Sassai di cui avevo scritto qualche post fa.

Allora scrivo qui tutto quello che so sull’argomento.

Il castello di Sassai, che si chiamava anche "Orguglioso" si trova fra Silius e Ballao, a Nord est di Cagliari, proprio dove una zona di colline non alte ma ripide termina su terreno più basso ed ondulato .

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Ma che bel castello

8 Settembre 2008 8 commenti

Marcondirondirondello. Pardon, mi è scappata.
Incredibile come, di un luogo che si pensa di conoscere, si possa invece scoprire che non si conoscono un sacco di cose.
Una volta pedalando nei posti sbilenchi dietro casa, quelli che non sono urbanizzati davvero e non sono più campagna, dove ci sono parcheggi e capannoni, campi sportivi ma pure qualche vigna, mi è spuntata di fronte una chiesetta romanica.
Non è una cosa strana: dalle nostre parti i nel medioevo i Frati Vittorini facevano chiesette romaniche da tutte le parti.
Ma averne una dietro casa e non saperne nulla fa una strana impressione.
Insomma, passi per le chiesette romaniche, ma ci sono cose che di solito si sa che ci sono.
Ad esempio, in media uno se a quaranta chilometri da casa c’è un castello lo sa. Magari non si vede subito, ma i castelli sono come la tosse: di solito non si nascondono.
E invece ho scoperto che se si va verso un paesino, si gira per un altro si entra fra dei monti tutti secchi e nudi che neanche quelli del Marocco, e poi si passa davanti ad una antenna parabolica gigante in costruzione, e poi si gira per un altro paesino piccolo piccolo piccolo, succede qualcosa.
Prima ci si perde. Poi si arriva in una gola fra i monti che invece è tutta verde di sughere e lentisco.
Poi si chiedono indicazioni al guidatore dell’unica auto che passa, e lui non ha idea di cosa state parlando.
E alla fine con un po’ di fortuna (cioè a culo) si trova una stradina che sale in cima a un colle (da fare a piedi) e si arriva ad un castello di fatto di pietre nere, piccolo piccolo. Con al centro un torrione squadrato e il perimetro dei muri quasi intatto.
Un castello dell’epoca giudicale, ovviamente, perché qui son tutti di quell’epoca.
Che è stato assediato e espugnato una volta sola. Quindi è in rovina ma ben conservato, secondo la regola di Pompei, che dice che le cose che si rompono tutte in una volta e si abbandonano si conservano meglio di quelle che si consumano piano piano.

Quindi noi non lo sapevamo, ma in mezzo a un bosco c’è un castello. Ovviamente magico, come tutti i castelli così, ovviamente pieno di fantasmi. Da non andarci mai di notte, perché dici "espugnato" e di certo non vuol dire che un esercito espugnante ha detto "permesso, possiamo entrare, naturalmente ci puliamo i piedi sullo zerbino".
Si chiama Castello di Sassai, e praticamente non lo conosce nessuno.
E quindi in fondo si potrebbe chiamare di Castello di Non lo Ssai.

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Cose che capitano durante una pedalata alpina. (parte seconda)

23 Agosto 2008 3 commenti

Durante una pedalata verso un passo alpino, con una bella bici da corsa su una bella pista ciclabile c’è un momento fondamentale.
Ovvero quello in cui ci si stufa di brutto della bella pista ciclabile, che sarà in mezzo ai meli e in mezzo al bosco, che passa a fianco a tutti i monumenti, e dentro a tutti i paeselli, ma certamente è fatta per tutto meno che per una bicicletta da corsa in alluminio. Splendidamente rigida. E che quindi trasmette direttamente al sellino e a quello che ci sta sopra ogni minima asperità della strada.

A quel punto si prende la statale, che per la bici da corsa va benissimo, ma che disgraziatamente va benissimo anche per le auto, le motociclettone che fanno le curve con l’orecchio in terra, e i camper, gli scuteroni e i furistradoni rostrati.
Inoltre anche sulla statale ci sono un sacco di mele, tonnellate di mele. Che però non stanno sugli alberi, ma sui camion con rimorchio.
Ho una teoria sui camion con rimorchio carichi di mele: secondo me li guidano tutti i parenti di Niki Lauda. La buona notizia è che le mele di sicuro arrivano a destinazione freschissime. Quella cattiva è che se si è su una bici da corsa i sorpassi che vi fanno sono terrificanti, con ruote giganti che passano spaventosamente vicine.

Sulla statale è meglio andarci con cento occhi (per il traffico) e cinque borracce.
Infatti le fontanelle non ci sono più. Manco una. I paeselli ci sono ancora, ma sono di lato, e per arrivarci c’è sempre un bel dislivello, di solito ripidissimo. Quindi passa la voglia.

A quel punto per riempire le borracce si torna ai sistemi che conosco bene dalle mie parti: si cerca un bar lungo strada, si prende un caffè (tecnicamente è doping) e ci si fanno riempire le borracce.
Al quarto caffè si decide di prendere qualcos’altro, per motivi evidenti: i capelli dritti in testa da ipereccitazione caffeinica sono poco aerodinamici.
Il problema è che i bar lungo strada si dividono in due categorie: quelli convenientissimi e quelli supercostosi. Niente lascia capire da fuori a quale categoria appartengano.
Così può capitare che un toast che avrebbe fatto contento Gargantua e un cappuccino fatto per Pantagruele vi costino pochissimo, o che una Fanta vi costi l’equivalente di un pieno di benzina.

Sono giunto alla conclusione che i gestori dei bar ipercostosi lo facciano per perpetuare una tradizione medievale delle strade maestre: accogliere benissimo i viaggiatori, e poi derubarli di ogni loro avere.

Sulle strade statali di montagna in bici si possono sperimentare effetti ottici curiosissimi. Ad esempio vedere qualcosa che sembra poco distante, e decidere anche se si è orrendamente alla frutta di arrivare almeno fino a lì.
Complice la prospettiva falsata, l’aria tersa, i dislivelli fetenti e chissà che altro, questo può essere un grosso sbaglio.
Ad esempio può capitarvi di decidere di arrivare ad una torre eolica che sembra vicinissima.
E scoprrire solo dopo che le torri eoliche in montagna sono come la torre Eiffel a Parigi. Sembrano sempre vicinissime, ma mica è vero.

Così, pedalando con le marce più corte che ci sono, con un po’ di crampi ogni tanto, facendosi spennare per riempire le borracce, chiedendosi chi ce l’ha fatto fare, mangiando marmellatine di salvataggio per non andare in ipoglicemia c’è pure il caso che si riesca ad arrivare in cima.

E allora sembra che sia valsa la pena di tutto, e ci si accorge di colpo che intorno ogni cosa è bellissima. Che il cielo è così azzurro, i prati così verdi, le nuvole così bianche che ci si aspetta di veder spuntare Heidi con il nonno e la capretta.

E alla fine, dopo tutto quanto c’è ancora una piccola formalità da sistemare.
Cinquanta chilometri di discesa con curve.
Che meraviglia.
Che spasso.
Che paura.

L’anno prossimo ci riprovo.

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Cose che capitano durante una pedalata alpina. (parte prima)

23 Agosto 2008 1 commento

Il post precedente tratta delle piccole dolorose imprese estive, ovvero delle imprese sportive che si tentano durante le vacanze e non sarebbe il caso di tentare.
Ma durante le piccole dolorose imprese estive capitano anche un sacco di cose divertenti.
Ad esempio durante una pedalata dal fondovalle fino ad un passo dolomitico.
La prima è che bisogna scegliere che strada fare.
Quelle più facili da escludere sono le strade che vanno verso i lati della valle: sono evidentemente fatte per i camosci o per i residenti, due categorie che hanno sviluppato con l’evoluzione un qualche sistema di propulsione e levitazione a noi sconosciuto.

Rimangono la statale e la pista ciclabile, parallele, vicinissime e diversissime.
Anzi ci si chiede come facciano ad essere così diverse.
Ad esempio, cosa meravigliosa, la ciclabile su cui  ho iniziato la pedalata passa in mezzo a sterminate coltivazioni di mele.
Meraviglioso, appunto, ma anche straniante: siccome i meli sono alti due metri e mezzo e la strada è stretta stretta non si vede nient’altro. Dopo dieci chilometri ininterrotti di mele uno comincia a desiderare un cambiamento qualsiasi.
Un filare di viti, un pesco o un ulivo venuti in vacanza qui per la bella stagione, una quercia, un albero qualsiasi che non sia un melo.

Siccome i desideri a volte vengono prontamente esauditi, proprio quando uno sta per giurare che non vuol più vedere una mela in vita sua la ciclabile si tuffa in un bosco fitto, con a fianco un fiume impetuoso. In più la strada diventa sterrata, pietrosa, tutta saliscendi e pozzangherosa.
E voi, ovviamente state pedalando su una bici da corsa con copertoncini così sottili, ma così sottili  che se li guardate troppo intensamente si bucano.

Ci sono altre cose interessanti di queste ciclabili.
Sono frequentatissime, e ci passa qualsiasi tipo di bicicletta. Nugoli di Mountain bike con ammortizzatori spaziali, bici da città che avranno cinquant’anni, bici robustissime con sopra un genitore e sediletti appesi svariati bambini alloggiati dentro, bici con attaccati carrellini risciò, anche questi con dentro bambinetti con casco.
In pratica l’unico modello che non ho incontrato sono quelle reclinate in cui si pedala sdraiati a dieci centimetri da terra.

Poi la ciclabile passa vicinissima a ogni possibile monumento ed entra in ogni paese, paesino e minimicropaesino.
Infine, è la gioia di chi pedala perché in ogni paesino e ogni tanto anche dentro i boschi ci sono fontanelle di acqua freddissima e buonissima. Per chi come me viene da posti appena meno aridi del Sahara è una specie di miracolo, ed è difficile trattenersi dal genuflettersi in adorazione.

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Cane in viaggio

11 Agosto 2008 5 commenti
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Il dio Bes, dipinto di verde

5 Agosto 2008 4 commenti
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Torri e turisti

28 Luglio 2008 8 commenti
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Una città turistica

27 Luglio 2008 8 commenti

Io sto in una città turistica. Nel senso che ogni fine settimana attraccano in porto delle navi grandi da non crederci, tipo città galleggianti, e ne sciamano giù fiumane di signori in bermudoni e ciabattine e di signore con abiti tutti fioriti e ciabattine anche loro, ma col tacco. Questi sbarchi sono efficientissimi, tipo sbarco in Normandia. Di colpo spuntano croceristi ovunque. A ogni semaforo ce ne sono sei o sette, in ogni posto all’ombra se ne raccolgono diverse decine. Si riconoscono subito, perché per qualche motivo i bermudoni e i vestitini a fiori sono molto più chiari di quelli dei residenti. Ogni tanto se ne vede qualcuno tutto vestito di bianco, con tanto di calzoni di lino bianchi, camicia di lino bianca, cappellino bianco e (menomale) occhiali neri. Quando ne vedi uno così speri ardentemente che non gli venga in mente di appoggiarsi a un muro, sedersi su un muretto e soprattutto non su una panchina, perchè poi con le righe scure sembrerebbe più un’orata alla griglia che uno vestito elegante.
Poi i croceristi di solito sono rossi rossi di faccia. Un po’ perché sono scottatucci, un po’ perché li sbarcano alle undici e mezza e li ritirano a bordo alle diciassette. Proprio le ore in cui noi indigeni stiamo a mollo in spiaggia o stravaccati a casa in canottiera e mutande, col ventilatore e una scorta di bibite ghiacciate, per evitare di mummificarci al sole.
Comunque dopo aver camminato per qualche ora sotto il sole giaguaro i crocituristi capiscono cosa si intende da noi per città turistica.
Infatti le domeniche d’estate i bar i negozi ed i ristoranti sono tutti chiusi. Sbarrati. Strade deserte.
Perché tutti gli abitanti sono al mare, a casa, o in vacanza.
Appunto, a fare i turisti.

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esigenti da spiaggia

29 Giugno 2008 2 commenti
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